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Disturbi Specifici dell’Apprendimento, tra credenze e verità


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Se ne sentono dire tante, sui DSA. Scopriamo assieme cosa è confermato dalla ricerca scientifica e cosa invece fa parte di una falsa credenza collettiva.


Quanto ne sappiamo, sui DSA? Parecchio, di questi tempi. Perché la ricerca scientifica va avanti con passi da gigante, e ogni scoperta, è una conferma o smentita. Nel mentre, però, ci sono false credenze che si sono diffuse, alcune in maniera radicata, nell’immaginario collettivo. Eccone alcune, specie sulla dislessia.


"Chi fatica a leggere e scrivere ha la dislessia!"


Ogni bambino che inizia la scuola primaria affronta l’apprendimento della lettura con i propri ritmi personali. Imparare a leggere può richiedere tempo, e può capitare che un bambino ci metta più tempo di altri, senza per forza essere dislessico. Qualora però i tempi restino lunghi e non portino a risultati significativi, nonostante l’impegno e la pratica, è bene porsi una domanda e informarsi sui procedimenti di diagnosi di DSA. Che necessita di una valutazione minuziosa di molte aree ed elementi del bambino. Per esempio, vanno esclusi fattori come ritardo mentale, disturbi dello spettro autistico od emotivi, problemi a organi di senso, fattori culturali, economici, ambientali. Che possono essere comunque presenti, ma fondamentale sarà capire da cosa dipende la compromissione della specifica abilità di lettura.


"Chi ha un DSA è stupido!"


Un DSA non dipende da scarsa intelligenza – lo dimostra la ricerca scientifica e lo dimostrano le diagnosi, che riguardano bambini con qualsiasi livello di intelligenza. Anzi, spesso i bambini con un DSA hanno un quoziente intellettivo sopra la media. E ad ogni modo, durante la diagnosi uno dei criteri richiesti è un quoziente intellettivo nella media. Per cui, la dislessia non è dovuta a un ritardo cognitivo. Oltretutto, vari studi dimostrano come 1 persona su 3 con DSA abbia in realtà altre abilità pronunciate, che portano al successo in vari ambiti (come puoi leggere in questo nostro articolo).


"Chi ha un DSA non ha voglia di fare niente!"


Capita che un alunno con DSA venga apostrofato come “uno che non è voglia di studiare, che non s’impegna abbastanza, che è pigro o svogliato”. In realtà, una difficoltà di chi ha un DSA, sta nello svolgere alcuni compiti, come leggere, che vengono affrontati come se fosse sempre la prima volta – dunque con fatica e lentezza. Questi compiti “da re-imparare ogni volta”, se sommati tra loro – come nelle attività di lettura di testi e risposta scritta a domande sui testi – rendono la vita ancora più complicata allo studente. Le conseguenze possono essere caduta della motivazione, frustrazione, rassegnazione e rinuncia – da non confondersi con svogliatezza o pigrizia appunto. La soluzione non sarà richiedere maggiore impegno o concentrazione all’alunno, ma “snellire” alcuni compiti, riducendo il numero di domande di comprensione di un testo, per esempio, o richiedendo di segnarle con l’evidenziatore nel testo, invece di scriverle. La soluzione sarà trovare le strategie più adatte, per rendere il processo di apprendimento più accessibile.


"Chi ha un DSA non ce la fa a frequentare certe scuole!"


Avere un DSA non vuol dire non essere in grado di imparare. Nel momento in cui una persona con DSA trova il suo metodo di studio, il modo e lo stile in cui impara meglio – per esempio, tramite risorse visuali come immagini a supporto di testi scritti, o tramite associazioni mentali– può imparare quel che vuole, con gradi di difficoltà di ogni tipo. Dunque, ha accesso a ogni tipo di scuola – se pensiamo alle scuole superiori o al percorso universitario. È bene poi ricordare che il diritto allo studio è un principio universale che va garantito a tutti. Oltretutto, esiste una legge, la nr. 170 del 2010, che tutela proprio lo studio degli studenti con DSA, garantendo loro pari opportunità in ogni percorso di istruzione.


"I DSA sono aumentati come funghi negli ultimi anni!"


Una ventina di anni fa, la dislessia era pressoché sconosciuta in Italia, per cui le diagnosi erano davvero poche, e molte persone con DSA non sapevano di esserlo. Nel corso degli anni, sono aumentate le ricerche sui DSA in ambito clinico, e di pari passo le attività di screening e identificazione. La maggiore conoscenza dei DSA, e il maggior numero di diagnosi, hanno fatto sì che si parlasse molto di più di DSA – credendo, che il loro numero fosse aumentato a dismisura negli anni. L’impossibilità di fare un paragone con il passato ha creato una percezione errata.


"Se hai un DSA e ti curi puoi guarire!"


Un DSA è una caratteristica che fa parte di te – per sempre. Se la diagnosi è tempestiva, dunque verso il secondo o terzo anno della scuola primaria, ci sono ottimi margini di miglioramento, tramite percorsi di riabilitazione mirati a potenziare le abilità compromesse. A scuola è importante avere accesso non solo a strumenti compensativi, ma a una varietà di pratiche, tecniche, sollecitazioni, così che ogni studente riesca a trovare quella più adatta per sé, che gli risparmi fatica, che ne sostenga la motivazione a imparare. Adeguatamente supportati e guidati, chi ha un DSA sa acquisire le strategie funzionali per arginarlo.

Un ruolo di supporto prezioso lo forniscono nuove realtà in ambito di cura e salute, come la startup Paperbox, che offre un servizio innovativo di video-consulenze, a cura di logopedisti esperti e certificati. Consulenze che puoi prenotare da ogni parte d’Italia, nel giorno e orario preferito, con un semplice click, qui. Avrai a disposizione un professionista pronto a valutare caso per caso, riferito a bambini già dai 5 anni, e, se necessario, proporre un percorso riabilitativo adeguato. Un percorso per non incappare nei falsi miti – e sperimentare una realtà accessibile a tutto tondo.


Scritto da Verusca Costenaro - verusca.costenaro@gmail.com

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